Redditometro: confini della prova contraria del contribuente

 

La Corte di Cassazione ha affermato che, in tema di “redditometro”, il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici elementi indicatori di capacità contributiva esposti dall’Ufficio, non ha il potere di togliere a tali elementi la capacità presuntiva contributiva che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale (e, quindi, non imponibile o perché già sottoposta ad imposta o perché esente) delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma (Ordinanza 07 aprile 2021, n. 9300).

IL CASO

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento di maggior reddito determinato con il metodo sintetico (cd. redditometro) sulla base degli indici di capacità contributiva costituiti dal sostenimento di spese per immobili e dal possesso di un cavallo da corsa.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente rilevando che ai fini della determinazione del reddito andava riconosciuto come dato di calcolo l’importo ottenuto dal contribuente a titolo di finanziamento, le spese documentate per il mantenimento del cavallo da corsa e i premi erogati per il mantenimento del cavallo.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, ritenendola contraria ai principi di diritto applicabili in materia di accertamento sintetico del reddito, in considerazione dell’assenza di nesso causale, in termini di prova contraria a carico del contribuente, tra le somme oggetto di finanziamento e le accertate spese poste a fondamento del calcolo sintetico del reddito.
La Corte Suprema ha precisato che:
– il contribuente ha facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione;
– in tema di delimitazione dei confini della prova contraria a carico del contribuente, l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, tuttavia la disposizione di riferimento (art. 38, DPR. n. 600 del 1973) prevede anche che l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione.
La norma, dunque, chiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte), e, pur non prevedendo esplicitamente la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere).
In tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova (risultante da idonea documentazione) della entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso, previsione che ha l’indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi, escludendo quindi che i suddetti siano stati utilizzati per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perché in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati”.
Né la prova documentale richiesta dalla norma risulta particolarmente onerosa, potendo essere fornita, ad esempio, con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente, idonei a dimostrare la “durata” del possesso dei redditi in esame; quindi non il loro semplice “transito” nella disponibilità del contribuente.


Nel caso esaminato, la Corte Suprema, sulla base della documentazione bancaria, ha accertato che l’importo ottenuto dal contribuente a titolo di finanziamento era di fatto riconducibile ad una situazione di indebitamento, atteso che la provvista si è esaurita nel giro di due mesi con l’emissione di una serie di assegni bancari.


La Suprema Corte ha precisato, dunque, che il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’Ufficio, non ha il potere di togliere a tali “elementi” la capacità presuntiva “contributiva” che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale (e, quindi, non imponibile o perché già sottoposta ad imposta o perché esente) delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma.

 

Azione di risarcimento per negligenza del professionista

 

In tema di responsabilità professionale per danno causato da negligenza del commercialista, l’azione di risarcimento del contribuente nei confronti del professionista si prescrive in dieci anni e presuppone che un danno si sia verificato. Pertanto, il termine di prescrizione decennale decorre dal momento in cui si verifica il danno. Nell’ipotesi di irregolarità fiscali che abbiano determinato una contestazione da parte del Fisco, detto termine decorre dalla notifica dell’avviso di accertamento e non dal prodromico processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza (Corte di Cassazione – Ordinanza 31 marzo 2021, n. 8872).

La controversia riguarda l’azione di responsabilità di una società nei confronti del proprio commercialista, per il danno causato dalla negligenza del professionista nella tenuta dei libri contabili, costituito dalla contestazione del Fisco di irregolarità fiscali con addebito di imposte evase.
Le irregolarità fiscali sono state rilevate dalla Guardia di Finanza con processo verbale di constatazione, in cui è stata espressamente indicata la responsabilità del commercialista, a cui ha fatto seguito l’avviso di accertamento con l’addebito per il recupero fiscale.
I giudici di merito, investiti della richiesta di risarcimento danno, hanno dichiarato la prescrizione del diritto per decorso del termine decennale, considerando quale termine iniziale (dies a quo) il giorno di notifica alla società del processo verbale di constatazione, in cui peraltro risultavano già adombrate responsabilità del commercialista. Secondo i giudici, la notifica del pvc integrava la manifestazione del danno al danneggiato, e l’espressa indicazione della responsabilità del professionista consentiva già allo stesso di esercitare l’azione di risarcimento.

Su ricorso della società, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici di merito ritenendo che il termine di decorrenza della prescrizione non possa iniziare dalla notifica del pvc, bensì dalla notifica del successivo avviso di accertamento.
La Suprema Corte ha evidenziato che l’azione di risarcimento del danno presuppone che un danno si sia verificato, e questa elementare considerazione avrebbe dovuto indurre i giudici di merito a porsi la questione di quale, tra gli atti dell’accertamento fiscale causato da negligenza del consulente, possa coincidere per il contribuente con un pregiudizio di cui chiedere risarcimento a chi ne è stato causa.
Nella fattispecie, la Corte di Appello ha ritenuto:
– che la condotta negligente avesse prodotto un danno già con il processo verbale di constatazione, e ciò in quanto in quel verbale si indicavano espressamente le responsabilità del commercialista;
– la circostanza che il processo verbale di constatazione non sia impugnabile, irrilevante ai fini del decorso del termine dell’azione di risarcimento, rilevando l’impossibilità “legale” di far valere il diritto e non gli impedimenti di mero fatto.


Al riguardo la Corte Suprema ha precisato che il processo verbale di constatazione è un atto meramente interno, e per questo non impugnabile, il quale non incide né sul patrimonio né su altra situazione giuridica del contribuente.
E’ un atto che può portare come anche no, ad un avviso di accertamento, che è l’atto con cui il Fisco, per la prima volta, esercita il suo diritto verso il contribuente al pagamento del dovuto, e che pertanto è un atto impugnabile.
Ne consegue, che la questione dell’impedimento rilevante, ossia di quale impedimento giustifichi l’interruzione della prescrizione e quale no, è questione non pertinente, poiché presuppone che un danno si sia verificato e che si debba valutare se l’azione sia comunque esercitabile per via di un impedimento legale o di fatto.
In realtà, al momento della notifica del processo verbale di constatazione non può considerarsi verificato un danno, proprio per via della funzione di atto meramente endoprocessuale; difatti, la notifica del pvc è effettuata per la successiva validità dell’avviso di accertamento, qualora quest’ultimo si fondi sul primo.


Dunque, al momento della notifica del processo verbale di constatazione non si concretizza ancora per il contribuente un pregiudizio, in quanto non manifesta la volontà del Fisco di procedere a recupero fiscale, che invece si concretizza con la notifica dell’avviso di accertamento.
Anche la circostanza che nel pvc siano adombrate responsabilità del commercialista non ne fa un atto lesivo, in primo luogo per la natura stessa del pvc, e poi per la considerazione che dall’errore potrebbe non derivare alcun pregiudizio se il Fisco poi non agisce per il recupero.


In conclusione, il termine di prescrizione decennale per l’azione di risarcimento nei confronti del professionista incaricato, per il danno inerente alle irregolarità fiscali accertate dal Fisco in conseguenza di sua negligenza, decorre dalla data di notifica dell’avviso di accertamento, e non dalla notifica del prodromico pvc che rappresenta un atto meramente endoprocessuale privo di un concreto pregiudizio per il contribuente.

 

Spese per attività promozionale di dispositivi medici

 


Tra gli obblighi delle imprese del settore dei dispositivi medici vi è quello di inviare alla Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico una dichiarazione concernente le spese per attività promozionali e provvedere al versamento del contributo del 5,5% delle spese. La dichiarazione e il versamento devono essere effettuati entro il 30 aprile di ogni anno. (MINISTERO DELLA SALUTE – Comunicato 08 aprile 2021)

Soggetti interessati


Tutte le aziende che producono o commercializzano in Italia dispositivi medici, compresi i dispositivi medico-diagnostici in vitro e i dispositivi su misura sono tenute a presentare la dichiarazione e al relativo versamento. La dichiarazione va presentata anche qualora l’importo da versare sia pari a zero. I soggetti che effettuano anche attività di promozione in ambiti merceologici differenti, come quello di presidi medico chirurgici o di farmaci, sono tenuti a dichiarare e contribuire per la quota parte di attività volte alla promozione dei dispositivi medici. L’obbligo è stato introdotto dall’articolo 1, comma 409, lettere c) e d) della legge n° 266 del 23 dicembre 2005 (finanziaria 2006).


Quali sono le spese oggetto della dichiarazione


Devono considerarsi soggette al contributo tutte le attività di promozione rivolte ai medici, agli operatori sanitari, ivi compresi i dirigenti delle aziende sanitarie, e ai farmacisti, indipendentemente dall’appartenenza degli operatori al Servizio Sanitario Nazionale.
La dichiarazione ha ad oggetto le spese di promozione relative ai dispositivi medici il cui calcolo della base imponibile considera “l’ammontare complessivo della spesa sostenuta nell’anno precedente”, dettagliata con le specifiche “voci di costo”, che riguarda l’ambito farmaceutico. È indifferente che la promozione riguardi un singolo dispositivo medico o una classe o un gruppo di dispositivi prodotti o commercializzati dall’impresa. Deve invece ritenersi esclusa, oltre alla pubblicità rivolta al pubblico di cui all’articolo 21 D.Lgs. n. 46/1997 anche la c.d. “pubblicità istituzionale”. La base di calcolo del contributo deve essere “al netto delle spese per il personale addetto”, il cui peso va ponderato in rapporto al numero delle ore di lavoro destinate specificamente alle attività promozionali, che hanno originato la “spesa sostenuta”.
Ai fini della quantificazione delle spese promozionali, occorre individuare l’apporto effettivamente fornito dal personale aziendale allo svolgimento di tali attività. L’ammontare delle spese per il personale in regime di dipendenza, a qualsiasi titolo contrattualizzato, è determinato dal relativo trattamento economico e previdenziale lordo e dagli ulteriori oneri di produzione dell’attività (ad es.: spese di missione fuori sede con vitto e alloggio), direttamente originate dallo svolgimento di attività di promozione di dispositivi medici o, se originate anche da altri scopi, proporzionate percentualmente sulla base del tempo impiegato a promuovere i dispositivi medici.
L’ammontare delle spese sostenute per personale in regime di prestazione d’opera o, comunque, in regime non subordinato e soggetto ad imposizione I.V.A., sarà pari al totale fatturato dal prestatore d’opera alla Società/Ditta dichiarante nel corso dell’anno, rapportato alla quota parte destinata ad attività promozionali di dispositivi. Nel rapporto lavorativo autonomo, non essendo il committente a determinare nel dettaglio l’attività lavorativa del prestatore d’opera, è necessario che le fatture portate in deduzione, tenute agli atti dell’azienda per controlli, siano corredate da dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà (art.47, DPR 445/00), emessa dal percettore delle somme, con la quale attesti la quota parte delle stesse originata da attività promozionali di dispositivi.


Dettaglio delle voci di costo


1. Materiale promozionale destinato a medici/operatori sanitari/dirigenti di aziende sanitarie/farmacisti, comprendente materiale cartaceo (visual, depliant, riproduzione schede tecniche, libri, atti congressuali, lavori scientifici, etc.), CD rom, DVD, software, e simili, consegnato dagli informatori o spedito per posta. Vanno considerati anche i costi sostenuti per l’inserzione e divulgazione di messaggi promozionali (ad es. pagine pubblicitarie) su riviste destinate agli operatori sanitari. Sono da ricomprendere anche le pubblicazioni/riviste scientifiche che le aziende di dispositivi acquistano dalle case editrici e consegnano tramite gli informatori o spediscono all’operatore sanitario.
2. Campioni gratuiti di prodotto, con esclusione degli esemplari forniti obbligatoriamente in fase di partecipazione a selezioni comparate pubbliche per la fornitura di beni e servizi sanitari, quelli ceduti gratuitamente in esecuzione di un obbligo contrattuale o forniti per lo svolgimento di sperimentazioni o indagini cliniche.
3. Congressi/convegni/incontri/riunioni/visite guidate aziendali, organizzate o compartecipate mediante finanziamenti anche indiretti, in Italia o all’estero, aventi a tema l’impiego di dispositivi medici, dispositivi impiantabili attivi e dispositivi diagnostici in vitro, compresi quelli utili al rilascio dei crediti ECM. Nell’ambito delle suddette manifestazioni sono da considerare le spese di viaggio, di alloggio e vitto degli operatori sanitari invitati, le spese di agenzie/società organizzatrici, allestimento stand espositivi, materiale distribuito, compensi ai relatori.
4. Gadgets in genere.
5. Altre spese, comprese quelle per il pagamento del personale, interno o esterno, impegnato in attività relative alla promozione dell’informazione scientifica, ma diverse da quelle di cui ai punti precedenti, quali strumenti tecnologici come telefonini, computer, altri prodotti di elettronica di consumo ed altre dotazioni in carico agli informatori scientifici e destinati ad essere utilizzati a scopi promozionali, purché non connessi al rapporto di lavoro degli stessi. Si precisa che norme, le quali prevedano deduzioni delle voci sopra indicate dal reddito d’impresa e/o dalla base imponibile, ai fini di generali imposizioni quali l’I.V.A., le imposte sui redditi delle persone fisiche o giuridiche, l’imposta di registro, e simili, non trovano applicazione in questo settore, regolamentato da norme primarie e secondarie di diritto speciale.


Forma della dichiarazione


La dichiarazione va redatta sotto forma di Dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, di cui all’art. 47 del D.P.R. 445/00 e sottoscritta in base agli articoli 21 e 38 dello stesso D.P.R. Non è previsto un modello ufficiale per la dichiarazione, è disponibile un Modello di fac-simile. La comunicazione dovrà avvenire su carta intesta della Società/Ditta e sottoscritta dal rappresentante legale, allegando copia del documento di identità del dichiarante.


Modalità di Versamento del 5,5%


Il versamento del “contributo”, pari al 5,5% delle spese sostenute per attività promozionali dei dispositivi medici, e dell’eventuale maggiorazione per ritardato pagamento, dovrà essere effettuato sul c/c postale n. 92824879 intestato alla Tesoreria Provinciale di Viterbo riportando nella causale la seguente indicazione: “Contributo di cui alla lett. d) dell’articolo unico della legge 266/2005 da imputare sul capitolo 2582 art. 27”.
In alternativa è possibile il versamento tramite bonifico, utilizzando i seguenti codici:
IBAN : IT 58 Y 07601 14500 000092824879 oppure, per i versamenti da paese extra Unione europea: BIC (Bank Identifier Code) o SWIFT BPPIITRR


Modalità di invio della dichiarazione e del pagamento


La dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà va spedita a mezzo raccomandata al Ministero della salute – Direzione Generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico- Uff. III – Viale Giorgio Ribotta n. 5 – 00144 Roma – od inviata, a mezzo di casella di posta elettronica certificata del dichiarante, all’indirizzo PEC della Direzione dgfdm@postacert.sanita.it entro il 30 aprile di ogni anno. Entro la medesima data va effettuato il versamento del contributo.


Sanzioni e maggiorazioni per ritardato pagamento


Il contributo va versato entro il 30 aprile. Per ogni mese di ritardo il contributo calcolato va maggiorato del 5%.
L’Ufficio effettua periodici controlli sull’adempimento degli obblighi da parte delle imprese.
Nel caso di accertamento del mancato pagamento entro l’anno di riferimento viene irrogata la sanzione da 7.500 a 45.000 euro, oltre al recupero di quanto dovuto, maggiorato degli interessi di mora e del 5% per ciascun mese di ritardo.

 

Operazioni ante-fallimento: doppio modulo per la dichiarazione IVA

 


Per il fallito con debito Iva emerso in un periodo d’imposta diverso da quello dell’apertura della procedura concorsuale, il curatore deve presentare una dichiarazione Iva 2021 con due moduli: nel primo devono essere indicate le operazioni ante-fallimento anche se realizzate nel 2019, la cui Iva è divenuta esigibile e/o detraibile nel 2020, e nel secondo le operazioni attive e passive effettuate nel 2020 (Agenzia Entrate – risposta 08 aprile 2021, n. 230).

In assenza di una specifica modulistica che consenta di segregare il debito IVA riferito al fallito, emerso in un periodo d’imposta diverso da quello di apertura della procedura concorsuale, è possibile presentare la dichiarazione annuale IVA 2021 seguendo le istruzioni per la compilazione di cui al punto A del paragrafo 2.3 “Fallimento e liquidazione coatta amministrativa”, nonostante il fallimento sia stato aperto nel 2019.
In particolare, deve essere presentata una dichiarazione con due moduli, indicando nel primo, dopo aver barrato la casella posta al rigo VA3, le operazioni effettuate nel periodo ante fallimento la cui IVA è divenuta esigibile e/o detraibile nel 2020, e nel secondo le operazioni attive e passive effettuate nel periodo d’imposta 2020.
Secondo le istruzioni del modello, laddove emerga un debito IVA dalle operazioni relative al periodo ante fallimento, occorre riportare nel quadro VX solo il credito o il debito risultante dal quadro VL del modulo relativo al periodo successivo alla dichiarazione di fallimento in quanto i saldi risultanti dalla sezione 3 del quadro VL dei due moduli non possono essere né compensati né sommati tra loro.
L’eventuale eccedenza a credito IVA emergente dal quadro VX può essere utilizzata per compensare, mediante modello F24, debiti fiscali e contributivi maturati successivamente all’apertura del fallimento.
Resta fermo, come già chiarito dalla Direzione regionale, l’obbligo della curatela di trasmettere all’Agenzia delle entrate la comunicazione delle operazioni relative al periodo ante fallimento, la cui imposta è divenuta esigibile dopo l’apertura del fallimento al fine di consentirne l’insinuazione tardiva al passivo.


 

Misure per il Terzo Settore del DL Aprile

 


Assemblee semplificate anche per Onlus, ADV e APS (art. 8, co. 4, D.L. n. 44/2021).

Il D.L. Aprile, all’art. 8, co. 4, apporta modifiche all’articolo 106, comma 8-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, abrogando la disposizione che considerava le norme in materia di svolgimento delle assemblee semplificate solo per le associazione e fondazioni diverse dagli enti di cui all’art. 104, co. 1, del codice del Terzo, cioè escluse le ONLUS, ADV e APS.
Pertanto, in attuazione delle nuove misure, in relazione alle assemblee tenute entro il 31 luglio 2021, in deroga alle diverse disposizioni statutarie, l’assemblea ordinaria è convocata per l’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2020 entro centottanta giorni dalla chiusura dell’esercizio. Con l’avviso di convocazione delle assemblee ordinarie o straordinarie, le associazioni e le fondazioni (comprese le ONLUS, ADV e APS) possono prevedere, anche in deroga alle diverse disposizioni statutarie, l’espressione del voto in via elettronica o per corrispondenza e l’intervento all’assemblea mediante mezzi di telecomunicazione; i predetti enti possono altresì prevedere che l’assemblea si svolga, anche esclusivamente, mediante mezzi di telecomunicazione che garantiscano l’identificazione dei partecipanti, la loro partecipazione e l’esercizio del diritto di voto, senza in ogni caso la necessità che si trovino nel medesimo luogo, ove previsti, il presidente, il segretario o il notaio.