Contratti collettivi, quando la violazione dei canoni di ermeneutica è censurabile in Cassazione

 


L’interpretazione di un contratto collettivo è operazione riservata al giudice di merito, le cui valutazioni sono censurabili in sede di legittimità, in riferimento ai canoni legali di ermeneutica contrattuale, a condizione che i motivi di ricorso non si limitino a contrapporre una diversa interpretazione, ma prospettino o l’omessa disamina della clausola ovvero l’utilizzo da parte del giudice di frammenti letterali della clausola da interpretare, in maniera tale da fissarne il significato, per poi esaminare ex post le altre clausole, onde ricondurle ad armonia con il senso dato alla parte letterale, oppure espungerle ove inconciliabili (Corte di Cassazione, ordinanza n. 23155/2020


Una Corte d’appello territoriale, in parziale riforma della decisione di primo grado, aveva dichiarato l’illegittimità ed annullato il licenziamento per superamento del periodo di comporto intimato ad un lavoratore, ordinando alla Società la reintegra del dipendente nel posto di lavoro e condannandola al risarcimento del danno, in misura pari alle retribuzioni maturate. Nello specifico, la Corte territoriale aveva ritenuto non corretta l’interpretazione del primo giudice della normativa di contrattazione collettiva in tema di determinazione del periodo di comporto.
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione la Società, lamentando l’erronea interpretazione dell’art. 175 del CCNL per i dipendenti delle aziende del settore terziario, con riferimento al computo del periodo di comporto, e richiamando le conclusioni della sentenza di Cassazione n. 26498/2018.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato.
Preliminarmente, l’interpretazione delle clausole di un contratto collettivo costituisce, di norma, operazione riservata al giudice di merito, le cui valutazioni sono censurabili in sede di legittimità, in riferimento ai canoni legali di ermeneutica contrattuale, a condizione che i motivi di ricorso non si limitino a contrapporre una diversa interpretazione rispetto a quella del provvedimento gravato (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 5288/2018).
Più in particolare, fermo restando che, ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, il cui rilievo deve essere verificato alla luce dell’intero contesto contrattuale (ex ceteris, Corte di Cassazione, sentenza n. 4670/2009), la violazione del principio di interpretazione complessiva delle clausole contrattuali si configura soltanto nell’ipotesi della loro omessa disamina, ovvero quando il giudice utilizzi esclusivamente frammenti letterali della clausola da interpretare e ne fissi definitivamente il significato sulla base della sola lettura di questi, per poi esaminare ex post le altre clausole, onde ricondurle ad armonia con il senso dato aprioristicamente alla parte letterale, oppure espungerle ove con esso risultino inconciliabili (Corte di Cassazione, sentenza n. 9755/2011).
Nel merito, dal combinato disposto degli articoli 175 (malattia) e 177 (infortunio), nonché dalla dichiarazione a verbale in calce al predetto articolo 177, del CCNL 17 luglio 2008 per i dipendenti delle aziende del settore terziario, ogni periodo di comporto ha durata di 180 giorni, sicchè, qualora all’infortunio succeda, come avvenuto nel caso di specie, persino senza soluzione di continuità, un periodo di assenza per malattia, dal momento dell’insorgenza della malattia inizia a decorrere un distinto termine di 180 giorni solo alla cui scadenza può procedersi a licenziamento per superamento del periodo di comporto. Tale lettura non appare in alcun modo espressa in violazione delle regole di ermeneutica contrattuale ed anzi valorizza la lettera del contratto nell’interpretazione delle clausole le une per mezzo delle altre.
Infine, essendo rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito l’interpretazione dei contratti collettivi di diritto comune, appunto censurabile in Cassazione solo per vizi di motivazione e violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale, eventuali pronunce emesse dal giudice di legittimità, ancorché in relazione ad identiche pretese sostanziali, non costituiscono “precedenti” in senso tecnico della giurisprudenza della Corte, in quanto il controllo di ciascuna di esse è delimitato dalle ragioni che sorreggono la statuizione impugnata, in relazione alla “causa petendi” prospettata nei giudizi di merito ed ai motivi di ricorso.